Martedì, 26 Set 2017

AREA ARCHEOLOGICA DI MONTE BIBELE


Questa area archeologica nel cuore dell’ appennino  bolognese, prende il nome dal Massiccio di Monte Bibele, situato fra le valli dei torrenti Idice e Zena. Le cime principali del massiccio sono Monte Savino (550 m slm), Monte Tamburino (575 m slm) e Monte Bibele (600 m slm) – che da il nome all’intero complesso – da Cui si dominano le due vallate fino al passo della Faticosa, sul crinale tosco-Emiliano.


Monte Bibele visto dal Poggio dell' Arabella

 

La posizione strategica su una delle antiche  vie transappenniniche che mettevano in collegamento la costa tirrenica con quella adriatica, la vicinanza a importanti bacini minerari (rame, ferro, gesso) la ricchezza di acque sorgive – il nome Bibele deriva

dalla radice latina bib=bere – sono con ogni probabilità le ragioni principali che portano le popolazioni antiche ad insediarsi in quest’area. L’intero massiccio è ricco di evidenze archeologiche, databili a partire dall’età del Rame, ma deve la sua notorietà e importanza agli scavi archeologici che hanno riportato alla luce i resti di un abitato etrusco/celtico, della relativa necropoli, e di diverse aree di culto, riferibili ad un periodo collocabile tra l’età del bronzo e la seconda età del ferro. Il caso portò alla scoperta dell’abitato, nei primi anni 60. Alcuni cacciatori alla ricerca di un tasso trovarono una statuetta del V secolo e segnalarono il ritrovamento agli enti interessati che nel giro di 10 anni iniziarono le campagne di scavo, curate dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Bologna, che hanno portato alla ricostruzione della storia complessiva del sito.

Le principali aree d’indagine archeologica sono le seguenti:


  • 1. Abitato etrusco/celtico
  • 2. Necropoli etrusco/celtica
  • 3. Area sacra etrusca (stipe votiva)
  • 4. Area sacra di Monte Bibele (santuario)


L’area archeologica di Monte Bibele, in ambito celtico è tra le più importanti d’Europa, per la ricchezza dei corredi rinvenuti nella necropoli, che testimoniano il momento di passaggio dal dominio etrusco a quello celtico dei Galli Boii, e per le condizioni in cui

è tornato alla luce l’abitato, che distrutto da un incendio, e poi abbandonato, verso l’inizio del II° secolo a.C. ci ha restituito un’istantanea sulla vita quotidiana del tempo.

I reperti rinvenuti sono oggi esposti per lo più al Museo Civico Archeologico Luigi

Fantini di Monterenzio (BO) e in parte al Museo Civico Archeologico di Bologna.


LA NECROPOLI


Scoperta nel 1978 la necropoli di Monte Tamburino, in diverse campagne di scavo ha restituito 161 sepolture (123 tumbe a inumazione e 38 a incinerazione), riferibili agli abitanti del villaggio della Pianella di Monte Savino. Lo studio dei ritrovamenti ha permesso di ricostruire le fasi di frequentazione della necropoli, a partire dalV secolo a.C. utilizzata da genti etrusche, e dal 380 a.C. da genti etrusche e celtiche. Ad oggi non sono ancora tornate alla luce sepolture riferibili alla seconda metà del III secolo, periodo nel quale le evidenze archeologiche provano invece l’uso dell’abitato. Al Museo Civico Archeologico Luigi Fantini di Monterenzio sono in mostra molti corredi tombali rinvenuti nella necropoli, e particolare spazio è dato alle sepolture dei guerrieri celti, come per sottolineare l’impotanza dell’elemento guerriero all’interno della comunità. I materiali esposti sembrano suggerire una continuità di rapporti con le comunità celtiche transalpine, deducibili dallo studio degli armamenti e della loro evoluzione, e la propensione ad assimilare i tratti culturali ellenizzanti delle popolazioni centro-italiche, evidenziata dal rinvenimento nei corredi funebri di crateri, colini, attingiti, kylikes e strigli. La composizione dei corredi presenta analogie con quelli rinvenuti nelle necropoli di Marzabotto, di Bologna e di Monterenzio Vecchia (distante pochi chilometri), e potrebbe suggerire una certa integrazione tra le popolazioni etrusche e quelle celtiche, di certo conferma come in questo tratto dell’appennino confluissero commerci e scambi che mettevano in collegamento l’Italia meridionale, l’Etruria tirrenica, il Lazio con il versante adriatico (probabilmente Spina), nonché l’Europa celtica transalpina e le popolazioni liguri. Nell’area continuano le ricerche degli archeologi in quanto, la completezza del sito (abitato/aree ascre/necropoli), le centinaia di reperti rinvenuti, la vitalità dei commerci e degli scambi, la posizione centrale nel quadro celtico/europeo, fanno di Monte Bibele un sito di rilievo internazionale per quanto concerne l’archeologia dei Celti.


LE AREE SACRE


Generalmente collocate lungo le vie di transito e le direttrici commerciali appenniniche, le stipi o depositi votivi, sono attestazioni religiose etrusche tra le più diffuse dell’Italia antica. Sono generalmente composte da figurine umane o animali, in bronzo e vasellame ceramico miniaturizzato, realizzato per scopi religioso/votivo. La stipe rinvenuta nell’area archeologica di Monte Bibele è la più grande di tutta l’Etruria padana a conferma della grande importanza del complesso archeologico Bolognese Quest’area sacra è collocata tra il piede della cima di Monte Bibele e il versante sud/ovest della necropoli, in una depressione che un tempo probabilmente ospitava uno specchio d’acqua, sul cui fondo sono state rinvenute centinaia di statuette votive e vasellame in terracotta miniaturizzato. Non si sono trovate tracce di sistemazione monumentale dell’area sacra, né è stata individuata la divinità oggetto di culto, ma dallo studio dei materiali rinvenuti è possibile datare la frequentazione della stipe a partire dalla seconda metà del V secolo a.C. fino alla seconda metà-fine del IV secolo a.C. E’ interessante osservare che l’abbandono di questa forma di culto cincide con la comparsa delle popolazioni celtiche dei Galli Boii, che determina anche mutamenti nell’ideologia funeraria (tombe con armi) e la comparsa di nuove forme di culto, come quella che sono attestate dal santuario di Monte Bibele.


IL SANTUARIO DI MONTE BIBELE


Sulla sommità di Monte Bibele, gli scavi archeologici hanno permesso di identificare un’area rettangolare (30x15m) spianata artificialmente e circondata da un fossato su tutto il perimetro. Potrebbe trattarsi di un santuario all’aperto del tutto simile ai santuari celtici dell’area transalpina. Posto in posizione elevata, tale da essere visibile dai crinali Reno-Setta e Sillaro-Santerno, all’interno del santuario sono stati rinvenuti numerosi resti di focolari e frutti carbonizzati.

Articolo di Gian Battista Fiorani (KELTIE)